Posta nell’istmo fra i due laghi, è fondata dai Benedettini nel X secolo.
E’ intitolata inizialmente a S. Pietro, quindi a S. Ippolito, vescovo di Ostia, morto nel 250. Fin da principio l’abbazia riceve numerose donazioni da parte dei signori longobardi e normanni ed esse consentono ai monaci di ingrandire la fabbrica a partire dal XII secolo e renderla "sontuosa, dotata di molte rendite" (De Marsico) provenienti da un patrimonio comprendente terreni e case sparsi in tutta l’area del Vulture e in molti centri della Puglia. Ciò porta i frati a "vivere turpamente" e a "distruggere gli ideali di purezza monastica, dentro e fuori." (Fortunato).
Inizia la decadenza. Nuovi e giovani frati chiedono ed ottengono (1252) da papa Innocenzo IV (1243-54) di poter praticare la rigida regola dei Cistercensi.
Sopraggiunge il terremoto del 1456 che sortisce due effetti: il crollo dell'abbazia e l'allontanamento dei Benedettini nel quadro della riforma dell'Ordine avviata dalla Santa Sede.
Del complesso oggi sopravvivono le sue tracce perimetrali. Un poco di più rimane di quella che fu la chiesa annessa, la quale conosce tre fasi di costruzione, nei secoli IX-XI, allorché si arriva ad avere tre chiese intersecanti:
- l'atrio con fonte battesimale risalente al IX secolo;
- di qui è visibile la seconda chiesa, ricavata dall'atrio e presbiterio dell'originaria chiesa greca, che fu la prima chiesa;
- la terza chiesa, innestata al campanile, è a navata unica e con piccola abside.
Tutt'intorno sopravvivono le tracce perimetrali del convento semidistrutto dal terremoto del 1456.
Sant'Ippolito, scultura lapidea, IX-XI secolo, Capitello erratico.
Ippolito, vissuto a Roma nel III secolo, sacerdote molto colto, moralista troppo severo, intollerante verso gli eretici, spesso animato da superbia spirituale, fu il primo antipapa della storia. Dall'imperatore Massimino (235-238), nemico del cristianesimo, fu esiliato in Sardegna assieme al papa Ponziano (230-235), e l“ i due si riconciliarono e morirono entrambi dopo pochi mesi di durissima vita nelle miniere. E' onorato dalla Chiesa come martire, in senso lato.
Sacra Famiglia e sant'Anna, scultura lapidea, IX-XI secolo, Capitello erratico.
La composizione iconografica singolare per il suo valore simbolico: sulla sinistra collocato S. Giuseppe vecchio, immagine che nel sentimento popolare costituisce la garanzia del suo castissimo connubio con Maria; Sant'Anna, nonna di Ges, mai nominata dai Vangeli, che nell'ingenua e affettuosa curiositˆ dei fedeli il simbolo della vecchiaia, dalle cui rughe fiorita l'eterna giovent della grazia (Maria) - da notare che nel capitello la sua immagine sorride teneramente amabile e giovanilmente affettuosa! Al centro c'è Maria detta "bizantina" in quanto il posto occupato da lei nell'iconografia occidentale stato a lungo simile a quello degli apostoli e conquista la posizione centrale (bizantina) soltanto a partire dal XII secolo.
Va poi notato che il panno che ricopre il capo della Madonna ha la stessa piegatura in uso presso le contadine lucane fino alla prima metà del Novecento.
Agnello salvifico, scultura lapidea, IX-XI secolo, Capitello erratico.
L'agnello uno dei pi antichi simboli cristiani, ed stato utilizzato in molti sensi durante i secoli. Un significato rimase immutabile: salendo al Calvario, Ges realizza un detto di Isaia (53, 7) sull'agnello che si lascia sgozzare senza lamentarsi.
Fino al VI secolo, tra le varie rappresentazioni iconografiche, si riscontra anche quella simile al capitello di Monticchio col suo significato abituale: quando un agnello accompagna una croce o accompagnato da un nimbo cruciforme, viene allora evidenziata l'opera redentrice compiuta da Ges in favore del defunto sulla cui tomba stata collocata l'immagine.
Qui si tratta di un capitello presumibilmente posto nel battistero, presso cui il neonato "moriva" al peccato originale per "rinascere" alla grazia salvifica di Cristo; vi era poi l'altro significato: proporre l'Agnello come modello di mansuetudine.
Agnello salvifico, scultura lapidea, IX - XI secolo, Capitello erratico.
L'agnello raffigurato in piedi, aureolato da un nimbo cruciforme e che tiene nella zampa anteriore una croce, simboleggia l'opera redentrice compiuta da Gesù in favore del defunto sulla cui tomba è stata collocata l'immagine. Questo tipo di significato iconografico era un'eredità dei primi secoli del cristianesimo (cfr. Urech).
Il capitello di Monticchio era forse presumibilmente collocato nel battistero, presso cui il catecumeno "moriva" al peccato originale per "rinascere" alla grazia salvifica di Cristo. Vi era poi l'altro significato: proporre l'Agnello come modello di mansuetudine.
Entrambi i significati derivano da un detto di Isaia (53, 7) sull'agnello [cioè Cristo] che si lascia sgozzare senza lamentarsi.
Adamo ed Eva, scultura lapidea, IX-XI secolo, Capitello erratico.
La rappresentazione della prima coppia umana abbastanza frequente sui capitelli dei primi dieci secoli del cristianesimo, e ciò come reazione contro lo gnosticismo che disprezzava il corpo umano. I cristiani ortodossi traevano, invece, dal racconto della Creazione la certezza che Dio, avendo creato l'uomo, ne aveva fatto un'opera "bella e buona" (Gen. 1, 31) e che quindi Egli, volendo salvare gli uomini, lo avrebbe fatto sia per il corpo che per l'anima. Tale convinzione guidò i cristiani all'elaborazione della dottrina della resurrezione dei corpi.
Immagini dei progenitori, dipinte o scolpite, venivano riprodotte sulle tombe o nei battisteri, per affermare, nel primo caso, che il corpo dell'uomo sarebbe resuscitato a vita eterna, e, nel secondo, che col battesimo anima e corpo del defunto sarebbero nati a nuova vita.

